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La storia di Marta (VT), dalla regina Amalasunta alla famiglia Farnese


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Cenni storici sul paese di Marta (Viterbo) sulle rive del lago di Bolsena


Il territorio comunale di Marta (VT) rivestì una notevole importanza lungo l'intero arco del periodo etrusco (VII - I sec. a.C.) trovandosi a un capo della vallata dell'omonimo fiume Marta che, fin dall'antichità, favorì il collegamento diretto tra il bacino del lago di Bolsena e la costa tirrenica.
Favorì, quindi, i rapporti tra il territorio volsiniese e la grande città/stato di Tarquinia che raggiungeva, dopo aver lambito le rupi di Tuscania, un altro importante centro del territorio tarquiniese. Solo attraverso la vitalità di questo itinerario, lungo cui scorrevano persone, merci e ideali, si può comprendere come il territorio di Tarquinia, ormai soggetta al potere romano, si sia potuto estendere nel I sec. a.C. fino alle sponde sud-occidentali del lago di Bolsena, includendo proprio l'agro martano.

Le origini del paese, tuttora fonte di discussione tra gli storici, si perdono nella notte dei tempi e sfumano nella leggenda. Alcuni storici sostengono che Marta sia stata fondata da un pronipote di Noè; altri che abbia origini fenicie e che il suo nome derivi dal vocabolo fenicio "Marath"; altri ancora propendono per un'origine etrusca e ipotizzano che a fondare la cittadina sia stato Laerte, re di Chiusi (Porsenna), e che il suo primitivo nome fosse "Larthe Oppidum" mentre per qualche altro furono i Romani.
La presenza dell'uomo nel territorio, nel periodo etrusco e nella preistoria, è confermata da numerosi reperti archeologici, come ad esempio presso la località Kornos, dove sono stati rinvenuti dei vasi e delle ceramiche di un antico centro etrusco chiamato "Cornossa" databili tra la seconda metà del VI e il V secolo a.C.
Il nome Marta compare nella Tavola Peutingeriana come una stazione della via Clodia (la Tavola Peutingeriana è una copia di fine sec. XI-inizio sec. XII di una carta itineraria militare di epoca imperiale) e se ne precisa la distanza da Tuscania in 9 miglia, cioè l'attuale distanza Marta-Tuscania. Non c'è dubbio che si tratti del paese poiché la Tavola quando fa riferimenti ai fiumi vi appone sempre la parola "fluvio" e tra i due termini viene frapposto anche il segno dell'acqua.

Il primo dato certo risale al 726 d.C. quando il paese, con il nome attuale, compare nell'atto di donazione che Ludovico il Pio fece alla Santa Sede per la costituzione del “Patrimonio di San Pietro in Tuscia”.
In una Cartula venditionis del marzo 765 per la compravendita di un podere, sotto il regno di Desiderio e di suo figlio Adelchi, si dice che l'atto viene rogato a Marta e tra i testimoni compaiono "Giovanni figlio di Alduino, uomo pio di Marta, e Autiperto Traspadino, uomo pio abitante di Marta". Questi sono i primi documenti in cui compare il nome del paese ma non è da escludere che l'abitato, forse poco più di un modesto villaggio, fosse preesistente alle citazioni suddette.
Nel 787 Carlo Magno, dopo aver sconfitto i Longobardi, aveva ceduto al papa Adriano I alcuni territori della Tuscia longobarda. Tuttavia nel 788 il papa si lamentava di essere venuto in possesso soltanto di alcune città (Soana, Viterbo) mentre incontrava ostacoli per tutte le città che enumera: Città della Pieve, Orvieto, Bagnoregio, Ferento, Orte, Castro, MARTA, Tuscania etc.
Si parla ancora di Marta nei diplomi di Ludovico il Pio (817), di Ottone I (962), di Enrico II (1014) e nel documento Amiatino n. 23 (823).

Nel 1227, con una bolla, il pontefice Onorio III riconferma l'appartenenza di Marta al Patrimonio di S. Pietro.
Nel 1247 il paese viene concesso dal papa Innocenzo IV al prefetto Pietro Di Vico.
La potente famiglia dei prefetti Di Vico , discendente dai duchi di Spoleto, aveva acquisito diversi castelli nel Patrimonio di San Pietro e dominava le strade verso Roma. La politica dei Di Vico, ostile al papa, era stata fortemente favorita da Federico Barbarossa dal quale i Prefetti avevano avuto, nel 1167, l'investitura imperiale. Le loro mire espansionistiche, con l'intento di creare un piccolo regno nella Tuscia romana con i territori sottratti alla Chiesa, urtavano con gli interessi delle città di Viterbo e di Orvieto e con i signori di Bisenzo. La Val di Lago, cioè i castelli intorno al lago di Bolsena, e le isole erano punti strategici importanti per l'egemonia sul territorio ed è comprensibile che ogni tentativo di appropriazione scatenasse reazioni e lotte.
Nel 1255 Pietro Di Vico occupa il castello di Marta suscitando la reazione dei signori di Bisenzo e il risentimento dei Viterbesi. Il Di Vico assicurò gli uni e gli altri che non li avrebbe mai molestati ma i figli di Guittone di Bisenzo reputarono più opportuno cercare l'alleanza con il potente comune di Orvieto e per esso, nel 1259, conquistarono l'isola Martana.

Nel 1261 veniva eletto papa Urbano IV che riconobbe ufficialmente al Di Vico il possesso temporaneo di Marta. Ciò scatenò le ire dei tre figli di Guittone di Bisenzo che, improvvisamente, assalirono il castello di Marta e appiccarono il fuoco alle case che in parte vennero distrutte. Urbano IV, per risolvere definitivamente la questione e smorzare le ostilità tra Viterbo, Orvieto, i Di Vico e i signori di Bisenzo, riscattò Marta pagando 700 lire perugine al Di Vico e 500 lire senesi a Giacomo di Bisenzo e tacitando così ogni loro pretesa o diritto (1263). Quindi inviò le milizie a Marta, restaurò le case semidiroccate, la recinse di mura, fossati e torri fortissime e vi pose a guardia un manipolo di soldati. Inizia così il periodo dei castellani.
Nel 1269 è Raniero Gatti ad avere in mano Marta. Fino al 1320 le vicende storiche di Marta vedono l'alternarsi degli interessi di potenti famiglie (Gatti, Di Vico, etc), di città che miravano ad acquisire una forte egemonia e della stessa Santa Sede.
Contese, distruzioni, scorrerie delle milizie di Ludovico il Bavaro avevano devastato Marta e i territori circostanti.
Nel 1323 è lo stesso papa Giovanni XXII che da Avignone ordina che il paese venga riedificato, dato che è ridotto a poco più di un cumulo di macerie, nonostante che il pontefice avesse provveduto, in precedenza, a rafforzarne la rocca così come aveva fatto anche in altri centri della Val di Lago.

Nel 1351 i Di Vico tornano ad impadronirsi di Marta. Sarà Giovanni Di Vico a occupare prima il borgo e poi la rocca, invano soccorsa dal Rettore del Patrimonio, che gli verrà consegnata, dopo un breve assedio, dal castellano Simeone di Bolsena. Infatti la Rocca di Marta, dopo le riparazioni effettuate nel 1333 e l'erezione di ulteriori fortificazioni, era una delle più forti del Patrimonio e così difesa era inespugnabile. Soltanto l'abbandono da parte dei soldati e del castellano poteva rendere ragione della sua caduta in mani nemiche. La tirannia di Giovanni Di Vico nella zona dura poco perché il cardinale Albornoz, legato del Papa in Italia, uomo di grande tenacia e senso politico, riesce a riconquistare alla Chiesa tutte le città e i castelli dominati dai signori locali e nel 1354 fra i Di Vico e il Pontefice viene stipulata una pace.

Nel 1369 Urbano V prima di tornare ad Avignone eleva Montefiascone al titolo di città e di diocesi e assegna al nuovo vescovo tutti i paesi attorno al lago, togliendoli alle diocesi di Orvieto, Bagnoregio, Viterbo, Tuscania, Castro.
Il Bussi asserendo che i luoghi distaccati da Viterbo erano numerosi e importanti dice che "Marta e l'isola Martana fra tutti gli altri erano i più rinomati".
Con la morte dell'Albornoz e con il ritorno del Pontefice ad Avignone, i Di Vico si impadroniscono di nuovo di Marta.
Durante il regno di papa Gregorio XI (1372-1378) le province papali furono abbandonate alla mercé di truppe mercenarie francesi che le devastarono. I Brettoni si abbandonarono ad ogni sorta di atrocità e saccheggi e nel 1379, sconfitti a Marino dalla Compagnia di S. Giorgio guidata da Alberico da Barbiano, ripararono intorno al lago e si acquartierarono a Marta divenendo i veri padroni del castello.
Bonifacio IX nel 1404 versa ai soldati brettoni, che occupano il castello e la terra di Marta, la somma di 5000 fiorini d'oro come riscatto ed essi consegnano il castello al presidio pontificio. Due anni dopo papa Innocenzo VII concede in vicariato a Paolo Orsini la terra riscattata. Ma ora a spadroneggiare in questi territori sono le compagnie di ventura.
Angelo da Lavello, detto Tartaglia, occupa il paese nel 1413 e l'antipapa Giovanni XXIII, alcuni anni più tardi, riconosce al Tartaglia il dominio su Marta.

Nel 1421 Martino V gli concede la Contea di Toscanella che comprendeva anche Marta.
Alla morte del condottiero, il paese resta nelle mani della moglie fino al 1430, quando la Camera Apostolica ne riprende il possesso.
Nel 1431 il castello di Marta viene concesso in pegno alla famiglia Farnese per un prestito in denaro che la stessa ha offerto alla S. Sede; tali prestiti verranno rinnovati con i successivi papi e i Farnese manterranno il dominio su Marta fino al 1486, anno in cui Innocenzo VIII conferirà il vicariato su Marta agli Orsini.
I Farnese la riavranno nel 1513 quando Leone X la conferirà in feudo al cardinale Alessandro, futuro papa Paolo III.

Nel 1537 con la costituzione del Ducato di Castro ad opera di papa Paolo III (costituito con la Bolla “Videlicet immeriti” del 31 ottobre 1537), il paese entra a far parte dei possedimenti del Ducato sotto il governo diretto dei Farnese; a ricordo di questa dominazione restano: il Palazzo rinascimentale della potente famiglia, attiguo al Palazzo Comunale, la Chiesa e il Convento della Madonna del Monte (in pittoresca posizione su un colle da cui si domina il lago e l’abitato di Marta), e altre vestigia monumentali.
Alla distruzione di Castro (1649) ad opera delle truppe pontificie di papa Innocenzo X Pamphili, il borgo, il territorio e l'isola Martana tornano sotto la giurisdizione della Camera Apostolica e dal 1788 è concesso in enfiteusi al marchese Pietro della Fargna (Breve di papa Pio VI del 6 novembre 1788).

Tornato alla Santa Sede, rimane in suo possesso fino all’Unità d’Italia, salvo un breve periodo in cui fu concesso al principe polacco Stanislao Poniatowskj.
Entrato a far parte del sabaudo Regno d’Italia, viene assegnato alla provincia di Roma e vi rimane fino al 1927, quando il paese e il suo territorio ne vengono distaccati e assegnati alla costituenda provincia di Viterbo, a cui attualmente appartengono.

L’isola Martana conserva il ricordo della segregazione e dell’uccisione della regina degli Ostrogoti, Amalasunta, figlia di Teodorico, avvenuta nel 535 d.C. per mano del marito-cugino Teodato, la cui morte fornì il pretesto a Giustiniano per scatenare la Guerra Gotica. (leggi la storia della regina Amalasunta)
Presso il numero civico 106 di via Amalasunta a Marta, la tradizione individua in questo edificio la "Casa di Tomao", cioè la casa del leggendario pescatore che portò Amalasunta sull'isola Martana e che tenne i contatti tra la regina dei Goti e la popolazione martana. A questo leggendario pescatore martano è dedicata una piazzetta nei pressi della località Borgo dei pescatori conosciuta dai martani come "Laco (lago) Tomao".
Sull'isola Martana rimangono le rovine del castello e delle chiese di Santo Stefano e San Valentino.

Alla base della duecentesca possente Torre dell'orologio, simbolo incontrastato di Marta e dello stesso centro storico, vi è impressa una piastrina con scritti alcuni versi del Paradiso di Dante Alighieri riguardo la "malta", la prigione per ecclesiastici che Dante vuole attribuire alla torre.
In piazza Umberto I° da vedere sono il palazzo Sforza-Ciotti e il palazzo Tarquini, entrambi del 1500.

Durante la II° Guerra Mondiale i Tedeschi, per contrastare l'avanzata degli Alleati, fecero saltare il ponte sul fiume Marta e cosparsero di mine un po' tutto il territorio incentivando inevitabilmente morte tra la gente, specie bambini, che scambiando le mine per dei semplici sassi spesso le utilizzavano inconsciamente come gioco.
Tuttavia il paese fortunatamente non fu oggetto di pesanti bombardamenti come invece lo furono Montefiascone, Viterbo e altri centri della Tuscia.

Da ricordare infine Castell'Araldo, uno dei più importanti siti templari della Tuscia che pare sia stato edificato dagli stessi Cavalieri Templari. Dista da Marta circa 3 Km.
Leggi inoltre l'articolo "la famiglia Rabasco a Marta" e come è nato lo stemma comunale di Marta.

Tratto da: "Marta, guida alla scoperta" di Maria Irene Fedeli

Rielaborazione testi a cura di Luca Viviani

I Farnese a Marta


Le prime tracce della presenza dei Farnese a Marta risalgono al XV secolo quando il borgo venne in loro dominio sia attraverso il matrimonio di Ranuccio il Vecchio con Agnese Monaldeschi, sia a seguito di ripetute concessioni in vicariato da parte della Chiesa.

A sigillo del potere farnesiano sull'antica torre ottagonale, detta "dell'orologio", è ancora collocata l'impresa araldica con il liocorno rampante, i gigli farnesiani e le iniziali di Ranuccio.
L'emblema, il più noto e il più antico del casato, celebrava le doti della Famiglia, simboleggiate da un animale fantastico (un cavallo bianco con un lungo corno sulla fronte e barba di caprone, zoccoli di bue e coda di leone), allegoria della potenza, della forza e della purezza.

A questo periodo risale lo stemma matrimoniale Farnese-Orsini collocato sul portale di un palazzo del centro storico con i gigli accostati alle rose, probabilmente riferibile alle nozze celebrate nel 1488 tra Angelo Farnese, figlio di Ranuccio, e Lella Orsini del ramo di Pitigliano.
Al fratello di Angelo, Pietro o, forse, Pier Luigi, si deve la realizzazione, nel 1485, della facciata del santuario della Madonna del Monte, ricostruito nel 1460 intorno a un'immagine miracolosa della Madonna col Bambino.
Girolama Orsini, duchessa di Castro e nuora di Paolo III, ottenne nel 1547 l'invio presso il santuario di frati dell'ordine di San Francesco di Paola e a quest'epoca risalgono i primi documenti sulla festa della Madonna del Monte, la cerimonia con cui, ancora oggi, si offrono i prodotti della terra e del lago alla Madonna.

Il potere dei Farnese sul centro abitato si consolidò nella prima metà del Cinquecento, attraverso la concessione in vicariato perpetuo da parte di Leone X (1513) e con l'inserimento di Marta nel territorio del Ducato di Castro (1537-1649).

Allo stesso secolo risale la nascita del borgo nuovo all'esterno delle mura del castello, con la piazza definita dal rinascimentale palazzo Sforza Ciotti (1571), dove un giglio araldico, collocato sopra il portale d'accesso al cortile, ricorda il rapporto tra questa famiglia e i Farnese.

Lo stemma farnesiano di Papa Paolo III (Alessandro Farnese), proveniente dalla facciata del vecchio municipio di Marta demolito nel 1926, è oggi incastonato sopra il portone d’accesso del nuovo palazzo comunale di Marta, ultimato nel 1929 dall’ing. Daniele Manini, con la facciata ideata dall’architetto Fasolo.
Lo stemma, di forma ovale, è scolpito in bassorilievo su travertino e misura cm. 90 in larghezza e cm. 120 in altezza. È stato probabilmente realizzato da una bottega viterbese durante il pontificato di Paolo III (1536-1549) e vi sono rappresentati la tiara pontificia, le chiavi di San Pietro e lo scudo con i classici sei gigli farnesiani.

Tratto da Tuscia Mirabilis

WEBCAM MARTA, VISTA ISOLA MARTANA---------------L'ORIGINE DEL LAGO DI BOLSENA

DALLA PREISTORIA AGLI ETRUSCHI NEL LAGO DI BOLSENA


La Torre dell'orologio molti anni fa



I resti della Rocca del XIII secolo


Marta nel dopoguerra con alcuni pescatori del posto (sullo sfondo l'isola Martana)


Marta con l'isola Martana


Marta ai primi del Novecento (album dei ricordi)


La loc. "Cava" con antiche grotte di probabili insediamenti etruschi


La chiesa templare di Castell'Araldo recentemente ristrutturata


La Torre dell'orologio prima del restauro del 2005


Lo stemma di Pierluigi Farnese Sr. su un lato della Torre


Una piastra incisa in un lato della Torre dell'orologio che riprende una frase del Paradiso di Dante Alighieri riferita proprio alla torre